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domenica 30 luglio 2017

Gli affreschi di S. Maria intus civitatem a Castro. Ischia di Castro (VT).

Domani  primo agosto, con la presentazione del Parco Archeologico "Antica Castro", si apre una nuova pagina nella gestione delle rovine dell"antica capitale del Ducato di Castro. Il mio augurio e' che tra i primi urgentissimi interventi ci sia quello per la messa in sicurezza degli affreschi della chiesa di S.Maria

S.Maria come si presenta oggi
 Gli affreschi da salvare.






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giovedì 20 luglio 2017

L'edicola di Santa Lucia e la peste del 1630. Ischia di Castro (VT).

Nelle campagne della Maremma Laziale e' facile imbattersi in chiesette di campagna ed edicole votive che ancora oggi testimoniano quanto fossero radicate le antiche devozioni popolari. Subito fuori Ischia di Castro, su quello che fu' un vecchio percorso medievale, si trova   la piccola edicola  di   Santa Lucia, recante affreschi del primo seicento parzialmente coperti da  una terracotta e due figure agiografiche deteriorate associabili a santita' taumaturgiche.
L' edicola fu' luogo di processioni durante gli anni della peste seicentesca, che colpi' il  territorio circostante nel 1630 e nel 1656-1657 ma, "miracolosamente", risparmio' il paese di Ischia di Castro.

l'edicola ai margini dell'attuale strada di Via di Cellere

esempio di restauro anni 80

figura ai lati della Santa

figura ai lati della santa

venerdì 15 maggio 2015

La Barabbata a Marta (VT).

Come ogni anno, si è svolta a Marta, comune che si affaccia sul Lago di Bolsena, la Barabbata. È questa una festività di origine pagana, presumibilmente in onore della Dea Cerere che , con l'avvento del cristianesimo , si è trasformata in una cerimonia dedicata alla Madonna. 
Il 14 maggio dunque, tutti i rappresentanti delle antiche arti e mestieri , sfilano in costume , dietro a carri allegorici, attraversando il paese per raggiungere alla fine della sfilata l'antico Santuario della Madonna del Monte che si trova subito fuori il paese.

I CARRI E I MESTIERI























Casegli, Bifolchi, Villani e Pescatori, sfilano in ordine gerarchico con carri sui quali vengono esposti i frutti del loro lavoro e che verranno offerti in dono.

ARRIVO AL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL MONTE










Una volta giunti in chiesa, dopo aver omaggiato la Madonna con rituali tradizionali ed ascoltato la messa, avviene la parte più caratteristica e misteriosa del rito, con le cosiddette passate : per tre volte tutti i partecipanti alla sfilata, compiono tre giri entrando dalla porta della chiesa ed uscendo da quella del convento, passando per il Presbiterio con gli attrezzi di lavoro e gli animali e facendo un gran chiasso.
All'ultima passata, i partecipanti lasciano sul l'altare i loro doni e  ricevono in cambio la tradizionale ciambella.
Questa festa, la cui preparazione richiede mesi di lavoro , costituisce  un importante momento di socializzazione per la popolazione di Marta ed una occasione per conoscere l'estradizione e la storia di questa parte della Tuscia Viterbese per i turisti che assistono numerosi alla manifestazione.

sabato 18 aprile 2015

Villa delle Fontane ( Valentano-VT).

Nel complesso della Commenda, il nucleo abitato più antico di Valentano, si trova Villa delle Fontane. La Commenda , posta sul declivio che guarda al Lago di Bolsena, fu un feudo dei Cavalieri Templari ed al suo interno venne costruita la chiesa di Santa Maria del Tempio che, probabilmente, la dizione popolare trasformò in " Madonna del Nempe".

by valentano.org



by valentano.org

All'interno della chiesa, oggi ridotta a magazzino, e' stato rinvenuto un affresco di buona scuola del 400 con Madonna, Bambino ed Angelo.
Quando, nel 1312 l'ordine dei Templari venne soppresso, la Commenda passò sotto il controllo dei Cavalieri del Sovrano Militare  Ordine di Malta che la tennero sino al 1860.

martedì 14 aprile 2015

Ferrante Rittatore Vonwiller e Sorgenti della Nova.

In previsione della nuova escursione alle Sorgenti della Nova, riporto il brano " Sorgenti della Nova : venti anni di scavi e ricerche" di Laura Domanico, Monica Miari, Nuccia Negroni Catacchio e Massimo Cardosa,  tratto dagli atti del convegno " Ferrante Rittatore Vonwiller e la Maremma, 1936-1976. Paeseggi naturali, umani, archeologici".
Ferrante Rittatore Vonwiller e Sorgenti della Nova.
L'avventura di Ferrante Rittatore in Maremma si apre e si chiude nel segno dello stesso sito : la Roccaccia alle Sorgenti della Nova, individuata nel 1938, durante una delle sue prime esplorazioni archeologiche e lasciata a scavi in corso, durante l'estate del 1976.
In mezzo ci sono tutte le sue scoperte e le ricerche che hanno fatto di questo territorio uno dei centri più importanti della protostoria italiana.



la sorgente 

La prima descrizione del sito è pubblicata in Studi Etruschi del '39 ed è così suggestiva che è sembrato opportuno riportarla nella nostra ultima pubblicazione ( Sorgenti della Nova 1995) e riprenderla in parte anche in questa sede :
"L'abitato etrusco della Roccaccia, sul quale in epoca medievale fu elevata una torre, abbraccia la sommità di una collinetta quasi isolata lungo le rive della Nova ....la parte inferiore della collina è tutta forata da grotte e da camere scavate nella roccia, tutta l'altura è coperta poi di frammenti vari di fittili, in prevalenza buccheri e vasi ad impasto...lungo i fianchi delle rupi circostanti si aprono alcune tombe, anche a più ambienti, e sotto la collina una ricchissima ed ottima fonte sgorga da una profonda caverna il cui taglio pare quasi opera dell'uomo".

alcune delle grotte di Sorgenti della Nova

In quell'epoca il Protovillanoviano d'Etruria doveva ancora essere scoperto e la ceramica fine di quest'epoca poteva essere confusa con il bucchero ; nessuno poi fino al 1974-75 avrebbe immaginato che le "grotte e le camere scavate nella roccia" fossero non tombe etrusche o ambienti medievali, ma abitazioni del Bronzo Finale.  

domenica 29 marzo 2015

I Templari nella Tuscia Longobarda.

Nell'anno 1920 vennero stampate, per un'edizione fuori commercio, 350 copie del libro "Musignano e la Rocca al Ponte della Badia". Il libro, ordinato dal Sen. Carlo Torlonia ad Alberto Serafini tratta della storia di Musignano che allora, come oggi,  rientra tra le proprietà della famiglia Torlonia. Tra le varie notizie , il paragrafo che oggi riporto, si occupa della tradizione popolare che narra della presenza dei cavalieri templari in questo territorio.

il sigillo dei Cavalieri Templari    
                                                                  
" Vuole una tradizione popolare che alla Abbazia di S.Mamiliano vi abbiano risieduto i cavalieri Templari. Vi è nella tradizione qualche codesta di vero.
La perdita di S. Giovanni d'Acri nel 1291, segnando la fine di ogni possesso cristiano in Palestina, costrinse i Templari ad abbandonare il sacro suolo. I " miletes templi" evacuarono la loro fortezza di Antarsous - meraviglia di architettura militare - il 5 giugno dello stesso anno, e furono gli ultimi monaci cavalieri in Terra Santa.  Dopo un inutile tentativo di fissarsi nell'isola di Cipro, ritornarono definitivamente nelle Mansiones Templi : domini e commende fortificate che possedevano nei regni d'Occidente, spargendosi così d'ovunque, pronti ad accettare dai papi e dai sovrani incarichi di ogni sorte, di natura militare , ma più ancora di carattere finanziario ; poiché da tempo erano degli amministratori pubblici e dei banchieri sicuri ed oculati.


Nel territorio del Patrimonio di San Pietro, e più propriamente nella Tuscia Longobarda, i Templari possedevano S. Savino di Tuscania, antica Badia già menzionata in un diploma di Ottone I dell'anno 969 e che i cavalieri nel secolo XIII avevano trasformata in forte Rocca - da secoli non esiste più nulla - ; e prossimo al Lago di Bolsena, Castellaraldo, dominante il corso della Marta. Il rifluire dei Templari dall'Oriente nel 1291 ne aveva fatto ritornare con molta probabilità anche a S. Savino di Tuscania, e per certo a Castellaraldo.
Ed era forse uno di questi cavalieri quel Frate Paolo della Milizia del Tempio, che nel 1924 e nel 1925 troviamo Castellano per la Chiesa Romana alla Badia del Ponte e a Castel Ghezzo.

Castello della Badia a Vulci

Egli abitualmente risiedeva alla Rocca del Ponte, che per la sua costruzione militare, per certo superiore ad ogni castello delle vicinanze, presentava maggiori garanzie di sicurezza.
Anzi ancora nel 1298 la Rocca del Ponte era forse tuttora affidata all'Ordine del Tempio, che pare ne avesse fatto un priorato. Ma quivi da gran pezza era cessata ogni vita monacale cistercense e si può quindi pensare ad una priorità della Milizia del Tempio ad ogni modo, quando nel 1307 avvenne la tragica catastrofe dell'Ordine non vi erano Templari nei due castelli dell'antica Abbazia, ne' alla Rocca del Ponte, ne' a Musignano.

sabato 20 dicembre 2014

Storia di Vulcenti, Romani e Saraceni. Tratta da "Memorie storiche della distrutta città di Castro" di D.Eraclio Stendardi.

"Narrasti in una Cronaca che gli abitanti di Vulci avevano riportata una grandissima vittoria contro i Saraceni al porto delle Murelle (sotto Montalto ) ed entusiasti della vittoria riportata discutevano se era stato prudente l'aver lasciato la città senza difesa giàcche' gli uomini validi erano scesi contro il nemico lasciando l'inerme popolazione invalida in pericolo, perché se avessero vinto i Saraceni non avrebbero saputo ne' potuto difendersi. E per questo vi fu un vivo ed animato contrasto tanto che per decidere da quale parte fosse la ragione si decise di fare una prova.
Furono prese le insegne tolte al nemico, furono indossate le vesti dei Saraceni e con sughero bruciato si tinsero di nero il viso. E giunti alle porte della città mandarono a dire che il Re dei Saraceni aveva fatto prigioniero tutto l'esercito e che avrebbe loro salvata la vita se avessero resa a discrezione la città.


I Vulciani risposero fieramente e con impeto si scagliarono sul creduto nemico. La zuffa fu accanita con grande carneficina. Vennero a saperlo i Romani ed approfittarono per assalire i Vulciani ormai indeboliti, li sconfissero e raserò al suolo la città. 
Questo episodio e' riportato dalla Cronaca attribuita al Beato Bernardo giustamente ritenuta apocrifa e quindi non attendibile. L'abbiamo voluta riportare per integrità di storia".

martedì 9 dicembre 2014

La chiesa di Santa Maria della Neve ad Ischia di Castro (VT).

Alla fine Via di Cellere, su un piccolo costone di tufo, una chiesa di campagna guarda dall'alto il paese di Ischia di Castro. Nel 2014 sono entrato per la prima volta nella chiesa di S.Maria della Neve e l'ho trovata in uno stato di grave abbandono, con infiltrazioni che dal tetto e dal pavimento stanno compromettendo intonaci, stucchi ed affreschi. Il post che pubblicai allora si concludeva con la speranza che in qualche modo si intervenisse per  salvare questa piccola chiesa e quindi lo ripropongo oggi rinnovando lo stesso augurio.

"Narra la leggenda che la notte del 4 agosto del 352 d.C., Giovanni, un ricco patrizio, avrebbe visto la Madonna che gli chiedeva di costruire una basilica nel luogo dove, il mattino seguente, avrebbe trovato della neve fresca. Giovanni si recò dal Papa Liberio per raccontargli di questo suo incontro ed il Pontefice , gli confessò di avere avuto la stessa visione.
Nel frattempo il prodigio si era avverato e per ordine di Liberio venne tracciata sul posto la pianta di una grande basilica che Giovanni finanziò e che prese il nome di S. Maria della Neve, l'attuale S. Maria Maggiore.
Anche ad Ischia di Castro, nel suo piccolo, venne realizzate appena fuori dal paese, una chiesetta legata al culto della Madonna della Neve, oggi raramente usata ed abbandonata al degrado. Il luogo di culto, comunemente conosciuto come la Madonnella, è una chiesa a pianta rettangolare, con il soffitto a volta ed un altare adornato da stucchi barocchi.

Ischia di Castro vista da S. Maria della Neve
il portale di ingresso
particolare del tetto fatiscente
la navata unica e l'altare barocco
la nicchia con l'immagine sacra e
le tracce di culto
il giglio farnesiano in un
particolare dell'altare
il vergognoso stato della sagrestia
particolare della sagrestia
la Madonne della Neve
Dietro l'altare due porte immettono nella sagrestia scavata nella roccia, nella quale sono state ammassate panche e suppellettili varie. Anche se la chiesa non è quasi più usata, in una nicchia un'immagine di Cristo e vari lumini e fiori fanno pensare ad una frequentazione quasi clandestina ma costante nel tempo.

l'umidità e le infiltrazioni provenienti dal tetto
il pavimento della chiesa

Oggi ho voluto postare  le fotografie di questa chiesetta abbandonata e quindi  destinata quindi ad una fine ingloriosa quanto immeritata, nella speranza che invece  possa essere in qualche modo recuperata" .

venerdì 5 dicembre 2014

Le ricette di Natale. Viaggio nella civiltà contadina. Maria Assunta Scarino.

Il pranzo di Natale prevedeva minestra in brodo di cappone accompagnata dal lesso con contorno di gobbi ripassati in padella o insalata. Se c'erano uova a sufficienza la minestra veniva sostituita con fettuccine al sugo di rigaglie e il cappone fatto arrosto.
Fettuccine con sugo di rigaglie.
Preparerete le classiche fettuccine con uova fresche e già che ci siete, tagliate una piccola parte di lasagna a tagliolini per il brodo.
Oggi le fettuccine si possono preparare in tutti i periodi dell'anno poiché le uova si comprano al supermercato e le galline di allevamento le depongono in ogni stagione. Durante la mia infanzia invece , raramente a Natale si avevano le uova ; le galline durante il periodo freddo "facevano festa" , smettevano cioè di deporre. Per il pranzo di Natale si doveva quindi optare quasi sempre per la minestra in brodo di cappone.


Preparate il sugo con le rigaglie di cappone. Se avete un cappone casereccio pulite  l'intestino spaccando con le forbici il budello sotto l'acqua corrente, strofinandolo con una grossa manciata di sale fino e sciacquandolo infine con aceto tiepido. Lavate l'intestino  e fattelo a pezzetti come le altre interiora. Unite  le zampe spellate e ripulite dalle unghie e fate un bel soffritto , aggiungendo una cipolla steccata con un chiodo di garofano , una carota, una costa di sedano, un pugno di sale grosso e, quando tutto e' ben rosolato, sfumate con un vino bianco asciutto. Aggiungete passata di pomodoro e fate bollire adagio. Il sugo sarà pronto quando coprirà con un velo denso il dorso della mescola e borbotterà rumorosamente al sobbollire.

martedì 2 dicembre 2014

Domenico Tiburzi ed i suoi legami con l'Associazione Castrense.

Da uno scritto di Angelo La Bella pubblicato nel libro "Un aspetto del Risorgimento viterbese - L'Associazione Castrense del 1848 - 1849", emerge il legame che Domenico Tiburzi ed un gruppo di butteri e zappaterra ebbero con l'associazione. L'adesione si desume da un documento ufficiale che il comandante della gendarmeria generale di Viterbo inviò al Procuratore Fiscale il 16 gennaio 1867. Nel documento veniva proposto l'arresto e la perquisizione delle case degli indiziati nelle quali si riteneva che fossero nascoste armi e materiale rivoluzionario. 

foto by canino.info
Tutto  questo avveniva però  in un periodo segnato dalla guerra garibaldina, fatta di sconfinamenti, tumulti, scontri a fuoco e battaglie campali che distrassero le autorità dal perseguire il futuro brigante ed i suoi compagni di Cellere. Sembra  probabile, che a reclutare il gruppo, sia stato Francesco Mazzariggi, tra i fondatori dell'Associazione Castrense, che dopo l'Unità d'Italia divenne sindaco di Cellere e che alla sua morte donò tutti i suoi beni al popolo del suo paese. 
Domenico Tiburzi fu quindi, prima di compiere l'omicidio del guardiano dei Marchesi Guglielmi di Montalto il 24 ottobre 1867 che segnò il suo destino,  un patriota promulgatore degli ideali dell'Associazione Castrense. 

lunedì 1 dicembre 2014

Viaggio nella civiltà contadina. I contratti di mezzadria.#1

Maria Assunta Scarcino era una scrittrice nata in un piccolo paese della Tuscia, appassionata delle tradizioni della sua terra che studiò e divulgò, anche se poi la vita la portò a vivere in luoghi diversi e lontani. Descrivendo la sua vita da giovane ci parla di quella che fù l'esistenza della  maggior parte delle persone che abitarono questi territori fino a qualche decennio fà. Oggi tratto dal suo libro "Viaggio nella civiltà contadina. Pane e companatico ", traggo un brano che ci descrive la condizione del colono-mezzadro.
Il contratto.
"Il podere veniva affidato alla conduzione di un contadino con contratto di colono-mezzadro. Il contratto veniva stipulato dalla famiglia che abitava la casa colonica posta all'interno del podere e che doveva curare al meglio i terreni affidatigli e allevare gli animali che su tali terreni e con tale produzione potevano sopravvivere.

foto by tenutalizzzanfi.it
I raccolti, così come ogni altro prodotto degli animali, venivano divisi a metà con il "padrone"; inoltre venivano pagati gli "obblighi" riguardo le "piccole cose"; nel nostro caso, dodici capponi e quattro gallustri per Natale, cento uova per Pasqua, una gallina per carnevale, la ricotta due volte la settimana, almeno un cesto di ogni frutto prodotto.

foto by ilpalio.org
Venivano divisi a metà : grano, olive, uva, patate, fagioli, formaggio e macellati : un agnello ciascuno ( padrone-contadino) a Pasqua e un maiale ciascuno in inverno.

foto by mytuscany.it
A metà venivano divisi anche le spese e i profitti derivanti dalla conduzione del terreno, che venivano registrati sul libretto colonico. Per quanto riguarda la produzione del fieno e i terreni a pascolo venivano effettuati estimi alla consegna e al rilascio del podere".

martedì 25 novembre 2014

L'Associazione Castrense del 1848-1849.

Il Risorgimento italiano fu vissuto nel Viterbese essenzialmente dai ceti più abbienti e culturalmente avvantaggiati. Nella Maremma Castrense in particolare, si ricordano gli scontri avvenuti a Farnese nei quali si affrontarono forze repubblicane contro sostenitori clericali. Nel 1848 venne fondata l'Associazione Castrense, composta per lo più dalle elites che abitavano i comuni un tempo ricompresi nello scomparso Ducato di Castro. L'associazione si riuniva inizialmente  una volta al mese per promuovere iniziative atte ad accrescere  "l'incivilimento popolare" ( come  previsto dallo statuto ), ma poi, dopo i rovesci della I Guerra di Indipendenza , si trasformò in una vero e proprio circolo politico che operava per mantenere vivo nella popolazione lo spirito patriottico ed il sentimento  unitario.
La prima riunione dell'associazione, repubblicana ed anti papalina, si tenne sulle rovine della città di Castro, proprio per ricordare il potere papale che portò alla distruzione nel 1649 della capitale del Ducato di Castro.




Dell'associazione rimangono alcuni documenti come lo statuto e due appelli, uno al popolo che si conclude inneggiando alla Repubblica Romana ed un  altro rivolto ai soldati francesi sbarcati a Civitavecchia con l'invito a non combattere contro la Repubblica Romana, nel nome dei principi della Rivoluzione Francese.

lunedì 24 novembre 2014

Il Palazzo Farnese di Gradoli (VT).

Il Palazzo Farnese, sorge sulla Rocca del XII secolo, le cui fondazioni in muratura ed in pietrame,  di forma discontinua, insistevano sullo zoccolo in tufo sul quale sarebbe poi stato costruito il palazzo rinascimentale. La Rocca, doveva avere un sistema difensivo, che comprendeva una cinta muraria di collegamento tra un torrione ed altre fortificazioni poste nella parte più bassa dell'altra, sulle quali si apriva la porta nelle vicinanze di una chiesa altomedievale andata distrutta intorno al 1519.



Proprio il 1519 dovrebbe essere l'anno dell'inizio dei lavori del nuovo palazzo, alla progettazione del quale partecipò anche Giovanni Battista da Sangallo, fratello di Antonio , che avrebbero dovuto portare , nelle intenzioni del committente, ad un edificio di transizione tra palazzo Baldassini di Roma, la residenza Farratini di Amelia ed il Palazzo Farnese di Roma.


Il palazzo di Gradoli, rispetto alle residenze signorili dell'epoca, si differenzia per alcune caratteristiche e propone aspetti che sarebbero poi andati consolidando nel secolo successivo. Tra questi la pianta trapezoidale, compatta, priva di corte interna, il cui ruolo viene traslato all'esterno sulla piazza antistante. All'interno dell'edificio, si possono notare tre scale che conducevano ad altrettante aree : una di rappresentanza, una che conduceva al piano nobile ed una di servizio.



Il loggiato progettato per sfuggire alla calura estiva, dipinto con architetture simulate, da un lato derogava ai canonici classici dei palazzi nobiliari, dall'altro adeguava la residenza in chiave albertiana secondo le esigenze di una committenza elevata. Posta in prossimità dello scarto tra prospetto principale e laterale, la loggia richiama alle sistemazioni del Sangallo della Rocca di Ischia di Castro e del palazzo Tarugi a Montepulciano.


Un altro aspetto del palazzo, atipico rispetto  alle case aristocratiche toscane e romane del primo cinquecento, è costituto dal disimpegno reciproco delle rampe in contrasto con la posizione a capo di corte della scala principale a capo di corte.
Attualmente il palazzo è destinato a sede del Comune di Gradoli ed ospita al suo interno la mostra di abiti del periodo compreso tra il XV ed il XVII secolo.