venerdì 28 novembre 2014

Ricette natalizie della Maremma Castrense. Il baccalà' dolce.

Questo piatto veniva cucinato il giorno della vigilia. Bisogna pulire del baccalà ammollato da pelle e pinne e tagliarlo a pezzetti. In una casseruola appassire in olio abbondante la cipolla a fettine ; aggiungere la passata di pomodoro abbastanza liquida, eventualmente allungata con acqua.


 Salare leggermente considerando che il baccalà potrebbe essere salato e far bollire finché la cipolla diventa trasparente. Aggiungere i pezzi di pesce e uvetta ammollata. A cottura quasi ultimata aggiungere molto zucchero . Questo piatto ha origini remote e si conoscono scritti antichi di una ricetta simile dolcificata con il miele.

martedì 25 novembre 2014

L'Associazione Castrense del 1848-1849.

Il Risorgimento italiano fu vissuto nel Viterbese essenzialmente dai ceti più abbienti e culturalmente avvantaggiati. Nella Maremma Castrense in particolare, si ricordano gli scontri avvenuti a Farnese nei quali si affrontarono forze repubblicane contro sostenitori clericali. Nel 1848 venne fondata l'Associazione Castrense, composta per lo più dalle elites che abitavano i comuni un tempo ricompresi nello scomparso Ducato di Castro. L'associazione si riuniva inizialmente  una volta al mese per promuovere iniziative atte ad accrescere  "l'incivilimento popolare" ( come  previsto dallo statuto ), ma poi, dopo i rovesci della I Guerra di Indipendenza , si trasformò in una vero e proprio circolo politico che operava per mantenere vivo nella popolazione lo spirito patriottico ed il sentimento  unitario.
La prima riunione dell'associazione, repubblicana ed anti papalina, si tenne sulle rovine della città di Castro, proprio per ricordare il potere papale che portò alla distruzione nel 1649 della capitale del Ducato di Castro.




Dell'associazione rimangono alcuni documenti come lo statuto e due appelli, uno al popolo che si conclude inneggiando alla Repubblica Romana ed un  altro rivolto ai soldati francesi sbarcati a Civitavecchia con l'invito a non combattere contro la Repubblica Romana, nel nome dei principi della Rivoluzione Francese.

lunedì 24 novembre 2014

Il Palazzo Farnese di Gradoli (VT).

Il Palazzo Farnese, sorge sulla Rocca del XII secolo, le cui fondazioni in muratura ed in pietrame,  di forma discontinua, insistevano sullo zoccolo in tufo sul quale sarebbe poi stato costruito il palazzo rinascimentale. La Rocca, doveva avere un sistema difensivo, che comprendeva una cinta muraria di collegamento tra un torrione ed altre fortificazioni poste nella parte più bassa dell'altra, sulle quali si apriva la porta nelle vicinanze di una chiesa altomedievale andata distrutta intorno al 1519.



Proprio il 1519 dovrebbe essere l'anno dell'inizio dei lavori del nuovo palazzo, alla progettazione del quale partecipò anche Giovanni Battista da Sangallo, fratello di Antonio , che avrebbero dovuto portare , nelle intenzioni del committente, ad un edificio di transizione tra palazzo Baldassini di Roma, la residenza Farratini di Amelia ed il Palazzo Farnese di Roma.


Il palazzo di Gradoli, rispetto alle residenze signorili dell'epoca, si differenzia per alcune caratteristiche e propone aspetti che sarebbero poi andati consolidando nel secolo successivo. Tra questi la pianta trapezoidale, compatta, priva di corte interna, il cui ruolo viene traslato all'esterno sulla piazza antistante. All'interno dell'edificio, si possono notare tre scale che conducevano ad altrettante aree : una di rappresentanza, una che conduceva al piano nobile ed una di servizio.



Il loggiato progettato per sfuggire alla calura estiva, dipinto con architetture simulate, da un lato derogava ai canonici classici dei palazzi nobiliari, dall'altro adeguava la residenza in chiave albertiana secondo le esigenze di una committenza elevata. Posta in prossimità dello scarto tra prospetto principale e laterale, la loggia richiama alle sistemazioni del Sangallo della Rocca di Ischia di Castro e del palazzo Tarugi a Montepulciano.


Un altro aspetto del palazzo, atipico rispetto  alle case aristocratiche toscane e romane del primo cinquecento, è costituto dal disimpegno reciproco delle rampe in contrasto con la posizione a capo di corte della scala principale a capo di corte.
Attualmente il palazzo è destinato a sede del Comune di Gradoli ed ospita al suo interno la mostra di abiti del periodo compreso tra il XV ed il XVII secolo.

sabato 22 novembre 2014

Il sentiero 1.1 nella Selva del Lamone. Farnese (VT).

Questo sentiero costeggia la  Selva del Lamone , confina con la zona del Voltone ed offre la possibilità di godere  della fauna e della flora presenti nella riserva.





Nei boschi della riserva, le querce sono gli alberi maggiormente presenti. La specie più diffusa e' il cerro, un albero di grandi dimensioni che può arrivare anche ad un'altezza di 35 metri e ad un diametro di 1,30. Il cerro, che può vivere fino a 200 anni, ha un tronco diritto ed una corteccia marrone, profondamente fessurata. Le seconda specie più presente e' quella della roverella, un albero alto fino a 20/25 metri, con un tronco breve e spesso contorto e corteccia rossiccia. 





Tra le altre querce presenti nella Selva del Lamone, spiccano la farnia, il leccio ed il cerro-sughera. Le altre latifoglie che formano sia boschi puri che misti, sono il carpino bianco, un albero che raggiunge i 10-12 metri di altezza ed ha una corteccia liscia grigio cenere e foglie seghettate ; il bagolaro o spaccasassi ; varie specie di acero ; l'ornello ; l'agrifoglio ; il faggio ; il tiglio.
Scarsamente presente e' invece la macchia mediterranea, con la filirea specie  più rappresentata.
Essendo la riserva ricca di corsi d'acqua, e' facile imbattersi lungo il corso dei numerosi fiumi e torrenti, in esemplari di salici cespugliosi, salici arborei, pioppi e ontani.
Per quanto riguarda la fauna, in questa parte della foresta, e' stata realizzata con i fondi comunitari, un'area faunistica di circa sei ettari, recintata, che accoglie caprioli che vengono alimentati, monitorati e studiati per  seguire il loro adattamento all'habitat della Riserva Naturale. La presenza del capriolo e' comunque diffusa in tutta la riserva poiché, da pochi anni, si sono qui insediati nuclei provenienti dalla popolazione senese che è fortunatamente in forte espansione.

mercoledì 19 novembre 2014

Gli Etruschi e la lavorazione del bronzo.

Lo sviluppo dell'economia etrusca passò attraverso lo sfruttamento ed il controllo delle aree minerarie presenti nei loro  territori. In particolare ferro e bronzo vennero sfruttati da artigiani specializzati nella realizzazione di armi, strumenti di lavoro ed oggetti di prestigio. Nel tempo gli etruschi svilupparono due tecniche principali per la lavorazione dei metalli : il metodo a "cera persa" e quello a forme separabili e riutilizzabili,  a seconda dell'oggetto da costruire.


Per gli oggetti  piccoli si utilizzava la fusione piena nella quale il modello veniva realizzato di volta in volta a mano libera , mentre  per oggetti più grandi quella cava che permetteva anche un notevole risparmio di bronzo.  La tecnica indiretta, adottata successivamente, consisteva nella realizzazioni di matrici negative in gesso e terra,  all'interno delle quali veniva colata cera, che poi, attraverso canali o inglobando il modello in un mantello esterno di terra, veniva sciolta e sostituita da bronzo fuso al crogiolo. Le due tecniche talvolta erano usate contemporaneamente dando vita ad una tecnica mista.La tecnica di fusione a cera persa prevedeva la preparazione di un nucleo di terra, intorno al quale veniva modellata in cera la figura desiderata ed il bronzo veniva colato nell'interstizio vuoto.
Terminato il lavoro il bronzo veniva rifinito eliminando il materiale in eccesso e pulito con un'opera di raschiatura e levigatura con pietra pomice o raschietto metallico.
Il lavoro artigianale veniva spesso tramandato di padre in figlio e le matrici venivano quindi conservate e trasmesse di generazione in generazione.

Ricette natalizie della maremma castrense. Il torciglione.

'L torcigghione
Che Natale sarebbe se al cenone 
nun ce fosse a la  fine 'l torcigghione!
P'aiutavve e pe fà bella figura
V'emparo a fallo senza avè paura

Capate noce, nocchie e mandoline
( attente : se le scrozzate sò fine 
e ve cascheno dentro scasualmente
c'è pericolo de roppese le dente ).
Mettete a mollo l'ua passarina,
fate la cioccolata fina fina,
mischiate fiche secche e le cannite
co cannella e co zucchero acconnite.
Questo che avemo detto adè ripieno
megghio che sia de più e no de meno.
Pè la lansagna so che la sae fà
e nu c'è niente che t'ho da 'mparà:
Su 'na  cosa però me fermo 'n pelo :
ha da esse fina fina come 'n velo!
Poe fa su tutto bene avvoltolato 
come se fosse 'n serpo arruncinato.
Quenno è finito tutto, cò du nocchie 
piantate ne la testa, ghie fae l'occhie.
Sbatte dù torle p'allustrallo 'ntorno
mette ne la lamiera e porta al forno.
( Enrico Romanelli )




lunedì 17 novembre 2014

Domenico Tiburzi e la satira antigovernativa di fine ottocento.

Questo post è dedicato chi pensa che i tempi che stiamo vivendo in questo inizio di ventunesimo secolo siano un'anomalia nella storia del nostro paese. Nell'ultimo decennio dell'ottocento, pochi anni dopo l'unità, l'Italia era già scossa da una  profonda crisi economica, scandali finanziari, corruzione malversazione che legavano insieme classe dirigente, stampa e banche ( che strano ).

il Corriere della Sera e lo
scandalo della Banca Romana

L'episodio più grave fu certamente lo scandalo della Banca Romana, dal quale emersero irregolarità che andavano dal falso in bilancio, alla stampa  di biglietti duplicati, all'emissione di moneta eccedente.

Filippo Turati
Giovanni Giolitti
 Francesco Crispi


 In questo clima, sfruttando la popolarità di Domenico Tiburzi, il socialista Filippo Turati, pubblicò sulla rivista "Critica Sociale " una serie di scritti satirici che utilizzarono la figura del brigante maremmano come metafora per attaccare  Giolitti e Crispi. Sul foglio socialista, a metà del novembre 1893, uscì un opuscolo dedicato "All'on. Comm. Giolitti presidente del Consiglio dei Ministri" a titolo "La triplice incarnazione di Tiburzi, ovvero Tiburzi finto birro, finto politico e finto magistrato" , che consisteva in un racconto sulla furfanteria politica del ministero in questione ed associava la figura di Tiburzi e della sua banda a quella di Giolitti e del suo governo.

manifesto satirico del periodo

L'opuscolo ebbe un tale successo che fu imitato anche da altre testate come nel caso del foglio locale "La Lente"  di Pitigliano e venne ripetuto anche su "Lotta di classe"  a cavallo tra il 1894 ed il 1895 quando, al posto di Giolitti la figura del brigante venne sovrapposta a quella del  al nuovo Presidente del Consiglio Francesco  Crispi.